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Cesare Pavese, Carlo Levi, Franco Antonicelli “Intellettuali del nord raccontano il sud d’Italia attraverso l’esperienza del confino”.

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Ormai sono in tanti a scriverci interessati alla figura di Cesare Pavese, grande intellettuale del ‘900 Italiano. Numerose e-mail invadono la segreteria della Pro-Loco, e ciò non può che farci onore!  Questa settimana vi proponiamo un appassionato articolo/saggio della scrittrice Giuseppina Giacomazzi che da Roma ci  invia questo preziosissimo documento.

Torino  negli anni del regime fascista fu centro della resistenza politica e culturale intorno al movimento Giustizia e libertà fondato da esuli a Parigi e che ebbe come esponente di spicco Carlo Rosselli. Nella città  militavano i più grandi esponenti dell’intellettualità piemontese: Leone Ginsburg, Augusto Monti ,professore di Pavese al liceo D’Azeglio, Bobbio, Mila, Lalla Romano, Ludovico Geymonat, Carlo levi, Franco  Antonicelli, Pavese e altri, e molti di essi pagarono il loro impegno contro il fascismo con il carcere e  con la vita.Il confino in luoghi sperduti e abbandonati del meridione costituì uno stacco significativo dal Piemonte, da una tipologia di vita e di cultura completamente diversa. Il sud si presentò  lontano dall’immagine costruita attraverso la lettura e lo studio della civiltà  classica. Per tutti fu un’esperienza determinante e per molti rappresentò motivo di cambiamento e di trasformazione interiore.

Pavese, Levi, Antonicelli appartengono ad uno stesso contesto culturale, arrestati nello stesso periodo, maggio ’35, furono legati da rapporti di frequentazione e di amicizia. Per essi il soggiorno al sud, anche se obbligato, nonostante la privazione della libertà, costituì un momento di crescita personale e culturale che influì sulla produzione artistica e letteraria e  sull’impegno politico.

Pavese è la figura più complessa,e la sua reazione esistenziale all’esperienza del confino è la più sofferta, ma i nove mesi trascorsi a Brancaleone Calabro ,dall’ agosto del ’35 alla fine del ’36, influirono significativamente sulla sua produzione letteraria, anche se legata ad esigenze  di tipo individualistico. Lo scrittore  fu fermato il 15 maggio 1935 a Torino e carcerato prima alle Nuove della città e in seguito a Roma,  nel carcere di Regina Coeli  per poi  essere trasferito a Brancaleone Calabro. In quel momento furono arrestate  a Torino circa 200 persone, fra cui molti intellettuali appartenenti al movimento Giustizia e libertà. Fra questi quasi tutta la redazione della rivista einaudiana Cultura, di chiara matrice antifascista, della quale Pavese era redattore. In tale occasione Giulio Einaudi fu presto prosciolto in istruttoria, Franco Antonicelli fu condannato al confino per cinque  anni anche se la pena fu in seguito ridotta.

Pavese non era un attivista politico e  I motivi della sua  carcerazione  sono riportati dai critici in modo contraddittorio. Davide Lajolo li  attribuisce all’avere accettato, per aiutare Tina Pizzardo, impegnata nell’antifascismo militante e a lui  legata sentimentalmente, di ricevere le lettere di Altiero Spinelli, allora in carcere,  e di altri esuli, ma   gli riconosce nell’impegno di letterato, scrittore e traduttore di opere di letteratura americana, un ruolo contro l’autarchia e la retorica fascista. La stessa Tina Pizzardo esclude però  la motivazione offerta da più critici.In realtà Pavese si era visto rifiutare la tesi di laurea  su Walt Whitman nel 1930 , e fu  costretto a laurearsi  alla cattedra di francese di Ferdinando Neri per intercessione di leone Ginsburg , frequentava inoltre  l’ambiente intellettuale antifascista, dati che lo esponevano a forti rischi. Tuttavia si nota in lui una  certa estraneità alla politica, che lo portò a considerare la carcerazione e poi il confino come un equivoco. Nella sua opera spesso Pavese . dichiara tale estraneità e di non comprendere il motivo dell’arresto come nella lettera alla sorella Maria dell’8 giugno 1935  , giorno in cui lo scrittore avrebbe dovuto sostenere un esame di concorso per l’insegnamento. Il 24 giugno 1935 ancora alla sorella scrive: <<Pare che certe mie conoscenze abbiano combinato, fra loro, chi sa che pasticcio e naturalmente io ci sono coinvolto. Tutti sanno che io non mi sono mai occupato di cose politiche, ma ora pare che le cose politiche si siano occupate di me>>.Anche nel diario, Il Mestiere di vivere la politica è quasi completamente assente. L’estraneità all’impegno attivo  la si può riscontrare anche nell’avvertimento, soprattutto al ritorno dal confino, di un certo rimorso per non aver resistito a scontare tutta la pena e per aver chiesto il condono, a differenza di tanti altri , quali Leone Ginsburg, Mila , Foà, persone capaci di affrontare la realtà per un ideale.Tale motivo ritornerà nelle lettere da Brancaleone e nelle richieste di condono della pena inflittagli.

Nonostante la pesantezza della condanna , il confino in Calabria costituì un momento importantissimo nella vita dello scrittore  soprattutto per la sua creatività letteraria. Pertanto le considerazioni di alcuni critici, fra i quali Lombardi- Satriani sono, da quanto dimostrato anche  da Enzo Romeo, da respingersi.6 la  sensibilità di Pavese non poteva non essere coinvolta da quel soggiorno, vissuto in modo sofferto e personalissimo.  Il suo immaginario fu fortemente colpito da quel mondo mitico che gli si era posto davanti nel momento in cui aveva toccato quella terra, una terra abbandonata e primitiva, ma che fu greca, terra del mito.  Brancaleone ebbe un ruolo cruciale nella parabola artistica dello scrittore. Il suo coinvolgimento, la sua curiosità ed empatia per quell’ambiente  così diverso dalla realtà piemontese, non furono comunque mai totali. Quella terra, pur se  imbevuta di grecità, urtò  contro la sua sostanziale alterità e solitudine interiore.  Pavese dichiarò spesso di sentirsi un Odisseo che sospira il ritorno nella città moderna, che è la sua realtà. <<Un Odisseo senza Circe, che sospira il dolce ritorno, un Catullo cui morì il passero….>>.

Il soggiorno a Brancaleone rappresentò un cambiamento della poetica, come è testimoniato dalle lettere alla sorella Maria e al professor Monti, in particolare  nella richiesta  di libri di letteratura classica, aventi come finalità uno studio sempre più attento della lingua greca per  il lavoro di traduttore. Tutte le lettere scritte in tale periodo  sono conservate in un quaderno dal titolo Quaderno del confino.  Nel diario Il mestiere di vivere, un solo accenno ,  l’ultimo scritto da Brancaleone è datato 18 febbraio. Il 15 marzo una sola annotazione:<< Finito confino>>.  Ma il 10 ottobre , in questo che può considerarsi un diario “d’oeuvre”, annota: << Questa sera, sotto le rocce lunari, pensavo come sarebbe di una grande poesia mostrare il dio incarnato in questo luogo, […]ma subito chiarisce : << perché non posso trattare io delle rocce rosse lunari? Ma perché esse non riflettono nulla di mio,tranne uno scarno turbamento paesistico, quale non dovrebbe mai giustificare una poesia.   Ma se queste rocce fossero in Piemonte, saprei bene però assorbirle in un’immagine e dar loro un significato.>> La sofferenza per la lontananza dal Piemonte è continuamente  sottolineata.

Il luogo e la costrizione gli creano disagi e sofferenza, ma l’atteggiamento non è esente da curiosità. Nella lettera del 9 agosto 1935 alla sorella Maria, lo scrittore descrive il suo viaggio in manette.<< Che qui siano tutti sporchi è una leggenda, sono cotti dal sole. Le donne si pettinano in strada, ma viceversa tutti fanno il bagno. Ci sono molti maiali, e le anfore si portano in bilico sulla testa. >>E ancora <<La spiaggia è sul mare Jonio che somiglia a tutti gli altri e vale quasi il Po>> Ma  la richiesta più pressante è quella di una cassa di libri . In conclusione ribadisce:<<(…) non chiedo che libri, soldi e saluti dalle amicizie.>>

La lettera all’amico Mario Sturani del 18 agosto 1935 è permeata di malinconia . Pavese rileva lo stato di noia  e di ripetitività dello scorrere del tempo. L’unico momento positivo è quello in cui può dedicarsi alla poesia. Molta è la sofferenza fisica: umidità, caldo, asma,  spese non previste per mangiare qualche volta al caffè  “Roma”. La condizione di confinato viene paragonata a quella dell’esilio ovidiano descritto nei Tristia nella lettera al professor Augusto Monti dell’11 settembre 1935. La nostalgia per il Piemonte e Torino è fortissima: lo scrittore ribadisce di odiare il mare, ma non il nuoto, anche se per tale attività preferisce il Po. E ancora a Sturani il 20 settembre:<<(….) l’Elicona è ormai solo sulla collina di Torino (e le ninfe fanno il bagno nel Po e Diana va a caccia sui corsi e il Pantheon è la Torre Littoria.)

In una lettera del 18 dicembre1935 , senza destinatario e forse mai spedita, Pavese osserva l’umanità che lo circonda: una donna incinta che vuole vendergli una paletta, i pastori con le cornamuse  e i pifferi nella vicinanza di Natale  ai quali bisognerà dare qualche soldo, la gente che << (…) si asciuga col dorso della mano una lacrima, perché pensano che farò Natale fuori casa, cosa che per loro è peggio di un pugno in testa. Ci sono le pie donne che mandano chi un tortellino, chi i fichi secchi,chi gli aranci, chi altro.>>

E ancora nella lettera alla sorella Maria del 27 dicembre 1935   lo scrittore rileva la gentilezza e la cordialità della gente del luogo, che forse gli possono  alleviare lo stato di solitudine e incertezza e il rimpianto del Piemonte. Nella stessa lettera: <<La gente di questo paese è di un tatto e di una cortesia che ha una sola spiegazione;qui una volta la civiltà era greca. Persino le donne, che a vedermi disteso in un campo come morto dicono:<<Este confinatu>>lo fanno con una tale cadenza ellenica che io mi immagino di essere Ibico e sono bell’e contento.

Ibico, se vi interessa, è un lirico corale del VI sec.a.C, nato proprio qui nel Reggino, (….)>> Pavese riporta  a seguire nella lettera un frammento del poeta in questione e aggiunge:<<(…) niente è più greco di queste regioni abbandonate>>.Lo scrittore rileva poi che lo stesso paesaggio e i colori della campagna sono greci e perfino la cornamusa natalizia deriva dall’organo e dall’arpa menzionate nei lirici greci.  L’attenzione di Pavese è volta alla grecità. Sempre in una lettera del 27 dicembre 1935  indirizzata all’amico Carocci scrive:

<< Io mi annoio molto e ritorno al greco, traducendo tutto il giorno Omero e Platone>>. Il confino a Brancaleone sarà utilizzato da Pavese per un cambiamento di poetica. E’ qui che lo scrittore terminerà le poesie di “Lavorare stanca”, nelle quali si trovano precisi rimandi alle situazioni  alle quali si fa riferimento nelle lettere. A Brancaleone ne scrive 16. Questo periodo coincide con l’inizio di un ripensamento estetico e morale che approderà alla prosa.

Alcuni racconti fanno riferimento all’esperienza del confino. Sono Terra d’esilio,L’Intruso, Carogne. Terra d’esilio e Il carcere  presentano il motivo del carcere, della privazione della libertà. Sono opere  del “ritorno”, scritte rispettivamente nel 1936 (fra il 5 e il 24 luglio) e  fra il 1938 e il  1939.  C’è fra il racconto e il romanzo uno stretto rapporto di filiazione, come spesso si verifica nella produzione letteraria di Pavese e il primo va considerato quale tappa intermedia, preparatoria. Il ritorno non è per lo scrittore un momento sereno, la liberazione gli appare come il crollo delle abitudini fondate sul vuoto del ripetersi del tempo, sul tedio della visione del mare, soprattutto in seguito alla forte delusione per l’abbandono da parte della donna amata, fattore che incide fortemente nel racconto e nel romanzo in questione, ma è solo nella distanza da quella esperienza che la scrittura può essere affrontata.  <<Un’esperienza che vi pareva trita –lasciate passare del tempo- la rivedrete con nuovi occhi e sarà inaudita>>. Nel racconto  Terra d’esilio Pavese mette in luce lo sguardo dell’uomo del nord, dell’intellettuale appartenente ad un’altra cultura, su quella parte del meridione lontanissima e abbandonata dalle stesse istituzioni , terra di confino per oppositori del regime. Lo scrittore vive l’impatto con la nuova realtà come un “castigo”: << E castigo fu,per tutti i mesi che ci stetti; (…) >>. << Io sono un piemontese e guardavo con occhi tanto scontrosi le cose di laggiù, che il loro probabile significato mi sfuggiva.>>

Lo scrittore  ripensa al suo soggiorno obbligato e alla sofferenza  vissuta, ma rimpiange di non avere avuto uno sguardo più attento e interessato. Il ricordo rende più intenso il rimpianto di un atteggiamento più accogliente ed empatico. <<Mentre, gli asinelli, le brocche alla finestra,le salse screziate,gli urli delle vecchiacce e i pezzenti, tutto ricordo ora in modo così violento e misterioso, che davvero rimpiango di non avervi messo un’attenzione più cordiale.>> Allora lo scrittore soffriva per la lontananza dal Piemonte, ma nel momento in cui scrive il racconto in prima persona, sa che quella sofferenza e quell’inquietudine non sono scomparse con il ritorno, ammette che   solo  la distanza può permettere ad un’esperienza di  tradursi in scrittura, in arte.

Il racconto in questione  è la confessione dello stato d’animo del confinato, di chi, lontano dalla sua realtà non sa trovare che noia, ripetitività, angoscia esistenziale. Il mare stesso si presenta “remoto e slavato”,le spiagge “brulle e basse”, una terra  sostanzialmente arida,   dove crescono  fichi d’india, cespuglietti di geranio, agavi: il paesaggio mediterraneo. La gente stessa appare all’esule così diversa , in preda ad una “indolente vivacità”, libera di essere sempre fuori casa  a chiacchierare in  dialetto, di  giocare a carte all’osteria, poco dedita al lavoro. Si tratta agli occhi dello scrittore del nord di un’umanità primitiva,la cui  <<perenne vivacità tradiva un’inquietudine animale.>> Tuttavia la riflessione politica è assente sia nel racconto che nel romanzo.

Scritti ambedue dopo il ritorno, non possono prescindere dalla  delusione e dal tradimento  d’amore che alimentano in lui un atteggiamento misogino che si riflette nei protagonisti- alter ego.  In terra d’esilio , la narrazione è condotta in prima persona, ma l’io narrante è un ingegnere, pronto a lasciare quei luoghi una volta terminato il lavoro, Otino è il confinato, ma confinato per un  delitto comune, per aver preso a pugni un militare per gelosia.  L’altro personaggio, Ciccio, lo “scemo” indicato già  da Pavese in una lettera alla sorella Maria,non è riuscito ad uccidere la moglie traditrice e il gesto è stato “delegato” all’amante. Il problema che assilla Pavese al ritorno dal confino è il dramma  d’amore.

Il carcere  fu pubblicato molto più tardi, nel 1948, insieme a La casa in collina  e riunito sotto il comune titolo Prima che il gallo canti. La narrazione, a differenza del racconto che lo precede,  è condotta in  terza persona e il protagonista, alter-ego, proiezione dell’io dello scrittore, si chiama Stefano, nome che rimanda  forse a Santo Stefano Belbo.  Ai motivi politici per i quali Stefano- Pavese è esiliato non si fa alcun cenno. Il confino è il carcere perché la vita si svolge nella solitudine e nella  ripetitività: il mare, i bagni, l’osteria. In modo ossessivo e Kafkiano vive la sensazione di essere stretto fra le pareti invisibili di una cella. Stefano immaginava (il mare), <<come la quarta parete della sua prigione, una vasta parete di colori e di frescura>>  e all’inizio lo stesso confino appare rispetto al carcere reale come la libertà. L’interesse degli abitanti del paese per lui gli resta indifferente, come le condizioni stesse del sud, elemento che differenzia Pavese da Levi e da Antonicelli. L’esperienza del confino si placa nel recupero dell’esperienza personale in una visione del destino umano come solitudine.

Questa condizione interiore si riscontra nei rapporti di Stefano con i singoli personaggi:  Elena, tenera e materna,personaggio dolente quasi verghiano, della quale  rifiuta l’affetto limitandosi ad un rapporto di tipo sessuale-meccanico, Giannino (l’amico Politi), la cui carcerazione lo lascia indifferente, l’anarchico confinato al quale rifiuta ogni solidarietà. Solo Concia, desiderata e sfuggente, trasforma quella estraneità del meridione, con la sua figura danzante e sinuosa, sottratta al sud e trasformata in mito perenne. E’ in lei che << sembra condensarsi e accentrarsi tutto il significato che la terra di Calabria ha per Pavese, che aveva manifestato un suo interesse precoce, fin dall’adolescenza, per il mitico e il selvaggio.>>

Concia appare sulla soglia di casa , apparizione che è “epifania mitica”. Anche la gente di Brancaleone, che  saluta Stefano, (ma anche Pavese), togliendosi il berretto al suo passaggio, non parla e si limita a “sbirciare” dalle finestre o a restare sulla soglia. Concia,( realmente esistita, serva a casa di una donna veneziana amante di un signorotto del posto, e conosciuta da Pavese al quale forse faceva dei servizi), è figura  statuaria greca, , metà capra e metà donna,. ricorda la Guru della “Pietra lunare” di  Landolfi, anche lei di natura ferina e tellurica, sola a poter colorare  la solitudine del protagonista e dello stesso Pavese di sensualità.  Concia appare sul limitare della porta, affacciata a una finestra ornata da gerani, inaccessibile nel suo rossore che rimanda a quei fiori. Procedeva scalza e andava ad attingere l’acqua con un’anfora che << (…) portava poggiata obliqua sul fianco, abbandonandosi sulle caviglie.>>

Concia ha qualcosa di selvaggio, di animalesco, e viene paragonata a una quaglia, allorquando Giannino, accompagnando a caccia  Stefano,compie un gesto d’iniziazione sessuale, aiutando l’amico ad imbracciare il fucile, e accostando il suo viso al suo. Viene colpita una quaglia , Giannino la raccoglie e la consegna a Stefano , che  si ripete, felice, “ Anche Concia è una quaglia”. I personaggi femminili del romanzo sono tre e mettono in luce il rapporto  complesso di Pavese con il femminile: Concia  si traduce in desiderio mai appagato, Elena, la figura materna che Pavese rifiuta, personaggio dolente e rassegnato. Stefano consuma rapporti sessuali meccanici,  nei quali pensa alla donna che mai potrà possedere.  Con la prostituta,  Stefano-Pavese preferisce rinunciare ad un rapporto fisico, richiudendosi nella solitudine.

Da quanto emerge dall’analisi complessiva dell’opera di Pavese non può negarsi la centralità dell’esperienza del confino a Brancaleone. Nelle poesie, nei racconti e nei romanzi ritornano infatti  spesso immagini, atmosfere di quel sud, visto come alterità, ma densa di fascino e mistero. Diversi la personalità e l’atteggiamento nei confronti della condizione di “confinato” di Carlo Levi, arrestato nello stesso periodo del 1935 e confinato in un primo tempo a  Grassano e poi ad Aliano, il “Gagliano” del Cristo si è fermato ad Eboli.

Significative le prime righe del suo libro più celebre ai fini della comprensione del suo atteggiamento, che è quello di un rapporto d’amore e di profonda empatia, di poesia e quasi d’identificazione con quell’umanità primitiva, tanto diversa. E’ la disponibilità  di un uomo curioso e sensibile a tutto ciò che lo circonda. “Cristo si è fermato ad Eboli” viene scritto fra il 1943 e il 1944,  fra l’esilio in Francia e il suo ritorno.  Sono ormai passati diversi anni da quel periodo al quale lo scrittore torna con la memoria. << (….) Ma, chiuso in una stanza, e in un mondo chiuso, mi è grato riandare con la memoria a quell’altro mondo, serrato nel dolore e negli usi, negato alla Storia e allo Stato, eternamente paziente; a quella mia terra senza conforto e dolcezza, dove il contadino vive, nella miseria e nella lontananza, la sua immobile civiltà, su un suolo arido, nella presenza della morte.>>

Vorrei sottolineare quel “mia”, confermato dal breve soggiorno  a Torino concessogli durante il periodo del confino per far visita ad un parente morente. Levi dichiara di sentirsi estraneo alla sua città, ad una vita che ormai non gli “toccava il cuore”. In questa occasione   lo scrittore  affronta con gli amici il problema del meridione e fa capire loro che per comprendere realmente la condizione del sud è necessaria l’esperienza diretta. Tutti, pur interessandosi a tale tematica e desiderando una soluzione, si basavano su letture, ricerche storiche, studi e supposizioni: l’esperienza diretta è completamente altro. Gli intellettuali confinati provenienti da Torino e dal nord hanno dovuto rivedere la loro visione del sud attraverso il contatto  con quella nuova realtà. l gruppo intellettuale di Torino, aveva  dato una centralità alla questione meridionale, ma  la  vera conoscenza poteva essere solo di chi quella realtà aveva conosciuto e sperimentato.  Il “Cristo si è fermato a Eboli” è opera composita, polivalente e organica, ricca di spunti e considerazioni. La prima parte è centrata sull’arrivo a Gagliano , sulla scoperta progressiva di quella nuova realtà, sugli incontri, gli avvenimenti; la seconda è più complessa e offre lo spazio a considerazioni e riflessioni  di natura sociologica. Perché questo titolo? Cristiano vuol dire uomo nel linguaggio dei contadini, ma uomini non sono considerati.<< (…..) bestie, bestie da soma, e ancora meno che bestie(…). <<Cristo si è  davvero fermato ad Eboli, dove la strada e il treno abbandonano la costa  di Salerno e il mare, e si addentrano nelle desolate terre  di Lucania.>>31 In questa parte dell’Italia non è arrivata la storia,non è arrivato il tempo e neanche l’anima individuale. Per capire il significato del titolo bisogna ritornare ad un altro libro di Carlo levi, scritto precedentemente:” Paura della libertà”.  L’uomo per uscire dallo stato di indifferenziazione,  di indistinto originario,deve liberarsi dagli idoli e ritrovare la propria libertà.  I contadini lucani sono vessati e sfruttati dai signori locali, i “galantuomini” e dallo stato assente, e  rispetto a qualsiasi forma di partecipazione politica non possono che sentirsi estranei.  L’unica forma di lotta riconosciuta e tramandata attraverso i loro racconti  è quella  del brigantaggio. Secondo Levi l’indistinto originario  e la differenziazione individuale sono i due momenti attraverso la cui contrapposizione dialettica  si compie il cammino dell’uomo verso la coscienza e la libertà. Le pagine del romanzo che mettono in evidenza la distanza dal mondo dello scrittore, sono quelle dedicate alle credenze magiche ed apotropaiche, che comunque lo affascinano  e quelle dedicate ai rapporti con  gli abitanti di Aliano. La descrizione del loro carattere non appartiene soltanto alle pagine del romanzo, ma anche alla pittura e ai magnifici ritratti conservati nella pinacoteca del paese. Carlo Levi  non solo  accetterà  quell’umanità dolente,rispettandone profondamente il  modo di essere e di vivere, ma offrirà la sua competenza medica per  offrire delle cure, soprattutto contro la malaria. La parte più interessante è quella che lo scrittore dedica alle credenze popolari. I contadini di Aliano vivono al di fuori della storia, in una dimensione atemporale in cui prevale l’elemento “demoniaco” che non ha nulla  a che  vedere con quello cristiano. La stessa figura della Giulia, la “Santarcangiolese”, aiutante domestica,  racchiude in sé il mistero e l’elemento magico, strega, maestra di filtri amorosi e di incantesimi. Più volte lo scrittore l’ha ritratta. << La Giulia posò con pazienza,e di fronte agli argomenti indiscutibili della potenza,dimenticò i ben giustificati e naturali timori>>.

La dipinse con lo scialle nero e con il bambino in braccio in più quadri. Lo colpì il suo modo d’essere materno, privo di sentimentalismo:<<(…)un attaccamento fisico e terrestre,una compassione amara e rassegnata; era come una montagna battuta dal vento e solcata dalle acque,(…)>>. Il carnevale e le cerimonie in chiesa diventano veri riti pagani, così le processioni alla Madonna e ai santi.  Gli animali e lo stesso cane dello scrittore, Barone, hanno qualcosa di straordinario, di diabolico: il cane viene dal paese “onorato”.Il mondo è popolato da elementi magici, angeli e “monachicchi”, bambini morti prematuramente. Carlo Levi è affascinato da questo mondo arcaico, anche se percepito nella sua abissale differenza dal suo, dal mondo lasciato al nord, ne ha profondo rispetto, interroga i contadini, desidera sentire i loro racconti e annota tutto con attenzione. Anche  nell’opera di Pavese , dopo l’esperienza del confino, si manifesta il senso del primitivo, del magico irrazionale: la stessa figura di Concia ha qualcosa di stregonesco, ma, nella sua ambiguità non appartiene più al sud,  ma allo scrittore che la trasforma in mito perenne. L’atteggiamento di Carlo Levi è  molto diverso: Levi è il “viaggiatore pensoso , che vuole penetrare quei luoghi”.36 Il suo è un atteggiamento empatico, partecipativo: avvolto da un’atmosfera che definisce “numinosa”, passa il suo tempo leggendo, scrivendo, dipingendo, ma soprattutto parlando con i contadini e cercando di penetrare il mistero di quel mondo, protetto dagli angioli di notte e dalla maga Giulia di giorno. Denuncia il comportamento del prete ubriaco che dall’altare si scaglia contro i contadini colpevoli di non avergli portato a Natale i doni richiesti e contro il podestà che intona canti fascisti.  Osserva e condivide la vita dei contadini sfruttati, vede la loro sofferenza, li aiuta e i contadini lo rispettano e lo accolgono, lo guardano con quello stupore e quell’attenzione che lui ha nei loro confronti.  I ragazzi di Aliano, tante volte  ritratti nei suoi quadri, sono interessati alla sua pittura e spesso lo aiutano a portare colori, pennelli e cavalletto. Quei ragazzi sono :<< (…) vivaci, intelligenti e tristi. Quasi tutti erano vestiti di cenci malamente rattoppati, con le vecchie giacche dei fratelli maggiori, dalle maniche troppo lunghe rimboccate sui polsi; scalzi o con delle grosse scarpe da uomo bucate. Pallidi tutti, gialli per la malaria, magri, con gli sguardi intenti, neri e vuoti,profondissimi.>>37 Quel mondo è il mondo della rassegnazione e del  dolore, un universo tratteggiato dalla penna dello scrittore con i colori scuri.

Domina il nero, prevale   la mancanza di luce, indice di  rassegnazione e sofferenza.  Nero è il pane, neri sono gli stendardi sopra le porte, neri sono i vestiti e gli occhi delle donne, ma  esprimono curiosità, neri sono i muri. Questo nero contrasta con il paesaggio assolato del sud, con i colori del cielo, con le albe e i tramonti, con lo stesso paesaggio, con la primavera gioiosa come altrove. Fra i contadini non può che dominare la tristezza, tristezza che si manifesta in quel loro recarsi al lavoro la mattina, all’alba, con le loro capre e i loro asini, senza parlare, senza cantare, perché la musica non può essere presente in un mondo calpestato. Quello dei contadini di Aliano è un mondo di morti, in cui prevalgono l’indifferenziazione e un modo corale di rapportarsi. La seconda parte del romanzo affronta questioni di carattere più sociologico. Carlo Levi non può dare risposte alla soluzione del problema del meridione, ma sua è la convinzione che quelle antiche credenze magiche appartengano a un mondo di valori che non devono essere perduti. La dolorosa esperienza del confino, a differenza di Pavese, è per Carlo Levi un’esperienza nuova, da tradurre in esperienza umana, letteraria e pittorica.

Franco Antonicelli , arrestato  nello stesso periodo, fu condannato a tre anni di confino ad Agropoli, ma poi  rilasciato nel marzo successivo.  Visse  questo periodo in modo molto più libero e meno sofferto. Nelle prime righe del racconto Autunno in Agropoli, racconto che apre la raccolta Il soldato di Lambessa dichiara: << In quel lontano paese, mai sentito nominare prima, ci andai dunque per obbligo; ci fui mandato quasi come in una prigione, e vi godetti invece, lo dico con gratitudine, tutta la libertà che si può godere al mondo >>. Ad Antonicelli fu lasciata  ampia possibilità di movimento: poteva fare passeggiate, scrivere, parlare con la gente del luogo, nuotare, prendere il sole e andare in barca, addirittura fotografare, scrivere, tradurre, continuare la collaborazione con le riviste torinesi. Gli fu concesso anche di sposarsi con  la fidanzata torinese Renata Germano, matrimonio del quale  si conservano testimonianze e foto.  Per questo intellettuale poliedrico il confino costituì un’esperienza unica e importantissima, esperienza che cambiò comunque la sua vita futura.  Antonicelli fu arrestato con l’accusa di fiancheggiamento del movimento “Giustizia e libertà”e per le frequentazioni di “elementi avversi al regime”, lo stesso gruppo intellettuale frequentato da Pavese e Levi. Nel 1929 aveva subito una breve carcerazione alle Nuove di Torino per aver preso la difesa di Croce, il quale si era  espresso contro il concordato con la Santa Sede, ma non aveva ancora preso parte ad una vita politica attiva, e, comunque le sue posizioni erano liberali, lontane dall’ideologia comunista.

L’intellettuale  si rammaricherà di non essere riuscito, attraverso l’esperienza del confino, a dare all’umanità  due romanzi come Cristo si è fermato ad Eboli  e Il carcere ,39 ma questo periodo  trasformerà il suo atteggiamento interiore e le scelte di vita, aprendolo all’impegno politico, alla partecipazione attiva alla resistenza.  La situazione socio-economica di Agropoli forse negli anni ’30 era lievemente più alta rispetto a quella di Brancaleone e di Aliano, tuttavia il contatto con il sud lo portò ad osservare attentamente i problemi di quel contesto sociale, problemi aggravati dalla grande guerra.   Le condizioni di vita erano estremamente povere: bambini malati, costretti a lavorare senza protezioni, denutrizione, malaria,case prive di acqua e di servizi, mancanza d’igiene, miseria.  Pochissime le risorse: la lavorazione dei fichi,la fornace di argilla per la fabbricazione dei laterizi,un’agricoltura di sussistenza, l’allevamento di pecore, capre, maiali, la pesca. <<Cristo non era giunto nemmeno là>>. Questo popolo aveva sete di giustizia e questa sete trovava riscontro nell’anima e nella sensibilità dell’intellettuale venuto dal nord. Antonicelli  tenne a battesimo alcuni bambini, si interessò degli emigrati, li aiutò, li raccomandò.per inserirli in qualche lavoro al nord. Amò Agropoli, amò la gente, si interessò alle loro tradizioni, , recuperando le storie popolari, le loro lotte, i loro canti.41 Antonicelli non scrisse romanzi, ma lasciò molto: note, diari, cartoline alla moglie, raccolse canzoni popolari, le trascrisse,  fece fotografie e disegni.  Amò Agropoli, il suo sole, la sua selvaggia bellezza, il suo mare cristallino.  C. Tarsia, in un ricordo di Franco Antonicelli, lo chiama “Prigioniero del sole”. Il sud è un po’ simile ovunque, nella sua bellezza mediterranea, nei suoi riti e nella sua immobilità, ma l’atmosfera di Agropoli attraverso la testimonianza di Franco Antonicelli,  appare più aperta. Ad Aliano i contadini non cantano, non c’è musica,  si sente il peso della sofferenza e della miseria.

Ad Agropoli c’è musica: << (…) il suono della fisarmonica, interminabile e gradevole,che mescola i canti di Natale e i lunghi anelli delle ottave cilentane>>E ancora:<<Al caffè di sotto ci sono altri vecchi che sanno canzoni,il <<cunto>> della bella Giuditta, la storia di Fioravante e Rizieri,la storia di Petrusenella: (…)>>I popolani danzano e anche andando al lavoro  si può sentire <<la tofa>>, la buccina che chiama le donne al lavoro del frantoio. In una lettera ad Anita Rho Antonicelli descrive con amore la vista dalla finestra della sua stanza d’albergo : la città vecchia  e il paesaggio circostante. Ma  la sua attenzione si posa soprattutto sugli uomini che cavalcano i muli, sui bambini mezzo nudi e sporchi che giocano, sulle donne con le anfore sulla testa. Ama i prodotti del luogo, la compagnia della gente semplice. Antonicelli accettò il confino e ne seppe trarre arricchimento interiore e se una sofferenza  ci fu nella sua anima  che lo indusse a chiedere a Mussolini nel ’36  un condono fu soltanto per essere restituito alla sua famiglia e alla sua attività  di operatore culturale. Quest’atto non lese la sua dignità e non è da ascriversi quale atto di sottomissione. Il suo ritorno a Torino   fu l’inizio di un intenso impegno politico e civile, che lo portò  ad un ruolo attivo nella resistenza torinese fino all’incarico di senatore a vita nel PCI_PSIUP Non dimenticò mai  Agropoli, dove ritornò accolto, amato, mai dimenticato.

Tre figure di intellettuali del nord, tre esperienze di confino nello stesso periodo, tre risposte diverse, ma anche alcune simili di fronte ad un sud immaginato e presentato nella sua dura  realtà. La risposta diversa fu quella di Pavese, che visse questo momento, anche se di maturazione letteraria, in modo tragico, come lo fu la sua vita e la sua morte.Per gli intellettuali del nord significativa fu la scoperta di quest’Italia emarginata e diversa, fino a quel momento vista solo attraverso la lettura e l’immaginazione,scoperta che ha operato una trasformazione interiore e scelte di vita radicali che, tradotte nell’arte hanno offerto momenti di riflessione profonda per i lettori futuri.

Giuseppina Giacomazzi

(tratto dalla rivista Le colline di Pavese) Luglio 2015

 

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