Fu nel periodo che va da gli anni ’20 del novecento agli anni ’40 che si andò ad affermare un vero “cambiamento” nell’architettura e nelle arti, che da una parte vede l’affermazione dello stile futuristico atto a porsi con forza nella società che stava correndo incontro ad un processo di modernizzazione, dall’altra parte con i suoi elementi decorativi ispirati alla cultura greca, questo periodo, rappresenta la riscoperta delle antiche radici storiche, stilistiche ed ancestrali delle arti classiche del periodo magno-greco.  Anche le opere architettoniche sacre di questo periodo hanno fortemente risentito di quella progressiva influenza stilistica, che ha saputo per certi versi, sfoggiare quella monumentalità (talvolta esasperata) legata ad un concetto razionale da cui ovviamente attinsero mote committenze ecclesiastiche dell’epoca.

Fu in questo frangente che l’Italia vide l’affermazione di architetti e ingegneri che riuscirono a dare un’impronta innovativa alla “nuova Italia” pensata dal Mussolini.

Ed è proprio in questo lasso temporale che si fa strada in Italia una vera e propria rivoluzione e rinascita nel campo delle arti e dell’architettura, con numerosi cantieri che in Italia che videro la costruzione di Palazzi, edifici pubblici e di culto eretti secondo canoni estetici che richiamavano lo stile neoclassico tornato in auge sotto l’influenza degli architetti Francesi, Inglesi, e Tedeschi a partire dalla fine del ‘700 , per poi approdare verso la fine dell’800 nella grande mela, riuscendo ad influenzare l’architettura Russa fino ad approdare poi in America Latina.  

IL NEOCLASSICISMO DELLE CHIESE DI CALABRIA POST TERREMOTO 1908.

Sicuramente in Italia, uno dei protagonisti indiscussi fu il noto architetto “Marcello Piacentini” (1) a dar vita ad un movimento stilistico e concettuale  conosciuto da tutti con l’appellativo di “Neoclassicismo” . Egli fu autore e fautore di importanti opere in tutta Italia e non solo. Ricordiamo che lo stresso, venne insignito di prestigiosi onorificenze dal regime di Benito Mussolini.

 L’Opera Interdiocesana per la ricostruzione delle chiese in Calabria

All’indomani del terribile terremoto del 1908 che distrusse Reggio e Messina, radendo al suolo diversi centri abitati sulle coste e l’Aspromonte.  Gli edifici sacri di fondazione antica subirono notevoli danni, con la conseguente inibizione al culto. Qualche anno più tardi si aprì la questione della ricostruzione delle chiese sul territorio Reggino. Venne così istituita  l’Opera Interdiocesana per la ricostruzione delle Chiese fu creata con R. D. L. del 10 gennaio 1926, n. 56, col fine di ricostruire gli edifici di culto distrutti dal terremoto del 1908 nelle provincie di Messina e Reggio Calabria. A dirigere l’attività dell’Opera, fu incaricato il Vescovo di Mileto, Monsignor Paolo Albera con l’ausilio degli ingegneri Francescone e Caletti, delegati tecnici dell’Ente. La Regia Soprintendenza Bruzio-Lucana esercitò la vigilanza artistica sulle costruzioni e sui metodi di restauro (2).

Si propose di ricostruire i templi distrutti, sostituiti temporaneamente da moduli in legno che più specificatamente chiameremo “chiese baraccate” che ormai sostituivano le antiche sedi . Si aprirono così una serie di tavoli di discussione e richieste di aiuto al governo che non mancò di apportare il suo contributo.. Tra il 1928 e 1940 furono già ricostruite oltre 100 chiese.

E da questo punto che proveremo a trarre una sintesi nel sincretismo neoclassico di quest’epoca, tanto interessante, quanto controversa, prendendo spunto nello specifico dalle chiese della provincia di Reggio Calabria.

 

La Chiesa dell’Annunziata di Brancaleone Superiore;

Nel caso specifico la monumentale “Chiesa dell’Annunziata di Brancaleone Superiore” offre ottimi spunti di riflessione sulla concezione estetica in voga in quegli anni, che rappresentano come abbiamo detto, un rinascimento artistico che si scontrerà e non poco con una società povera che si stava appena riprendendo dalla crisi sismica del 1908.

Per aver una lettura chiara e completa dell’edificio, bisogna però specificare che non si tratta di un’ opera realizzata da un architetto di fama, ma di sicuro le linee, i tratti e lo stile che la contraddistinguono risultano essere tra i più unici del ventennio fascista che caratterizzò l’intera opera di ricostruzione delle chiese della Diocesi Reggina.

Per ammirare questo si arriva a Brancaleone Marina attraverso la SS106 sia che si proviene da Catanzaro sia se si proviene da Reggio Calabria. Si attraversano le frazioni di Paese Nuovo e Razzà e vi si arriva a destinazione percorrendo una comoda strada in asfalto che attraverso diciassette tornanti giunge presso l’antico abitato di Brancaleone. All’altezza del vecchio cimitero la chiesa appare agli occhi del visitatore come una grande cattedrale, che si staglia in mezzo al paesaggio ed il cotesto rurale dell’antico abitato.

Giunti nella piazzetta che si affaccia sul panorama del borgo (dichiarato Parco Archeologico Urbano) ci si trova davanti alla monumentale facciata che si distingue per il magnifico pronao che si inserisce in una sontuosa  “apertura Serliana” che si rifà all’ inventore di questo stile architettonico, il noto “Sebastiano Serlio” (3) autore de “Trattato dell’Architettura 1475-1574”) che diede un input ispirativo al “Rinascimento Veneziano”  affermatosi poi grazie all’ opera del Andrea Palladio.

L’intero edificio costruito tra il 1932-1936 su progetto dell’Architetto Ernesto Giardina e costruita dalla ditta Piromalli esecutrice dei lavori, rappresenta una commistione di stili che l’architetto ha ideato o meglio dire ha espresso per ridare vigore all’intero contesto. La chiesa è imponente, dalle caratteristiche monumentali . che si discostano molto dal contesto del borgo che le fa da cornice (oggi un borgo fantasma, ma un tempo ancora abitato da poco più di 400 anime).

L’imponenza e la maestosità della chiesa doveva appunto rendere l’estetica “monumentale” che secondo i gusti di quel periodo rappresentavano una caratteristica peculiare. Quattro colonne con capitello ionico, di cui due a tuttotondo e due laterali semi murate che sorreggono la trabeazione con arco a tutto sesto decorato con dentellature su cui è ben visibile un altorilievo che rappresenta lo stemma di “Maria Madre di Dio e della Chiesa Cattolica” .

Spiccano le lesene, disposte a coppia e a contorno degli angoli i tutto l’edificio, esse terminano con dei capitelli corinzi su cui poggia l’intera trabeazione, che sostiene il frontone decorato con dentellature e  mensole in stile floreale su cui si staglia una croce in ferro battuto semplice. Nella trabeazione più in alto vi è incisa un’iscrizione latina “D.O.M. DEIPARAE VIRGINI MARIAE D.” che tradotto significa: “Dio ottimo e massimo per dedica/per devozione alla vergine Maria madre di Dio”.  (Fino a qualche decennio fa, sul frontone era ancora visibile lo stemma Vescovile, andato perduto durante gli ultimi lavori di restauro) .

In questa splendida facciata, vi ritroviamo elementi gotico-romanici di ispirazione Rinascimentale o per meglio dire “Palladiani” per cui possiamo dire che l’architetto  E. Giardina ha saputo interpretare e coniugare al massimo l’espressione neoclassica determinata dall’affermazione di una tendenza stilistica che contraddistinse le architetture di quell’epoca sotto tutti i punti di vista, riuscendo a mescolare armoniosamente lo stile barocco con il roccocò, adoperando tecniche edilizie innovative. Sempre sulla facciata sia a destra che a sinistra troviamo delle finestre timpanate con al centro dei putti ad altorilievo.

Il campanile che si eleva sul lato destro della facciata fu aggiunto qualche anno più tardi, come evidenzia infatti lo stile del corpo di fabbrica e le aperture ad arco adibite per le antichissime campane trafugate tra il 1960 al 1980, che non rispecchiano le altre finestre dell’intero corpo della chiesa, e quindi prive di ornamenti.

La pianta della chiesa è a croce greca, sorge sulle fondamenta dell’antico Monastero che fu degli Agostiniani prima e dei Padri Zoccolanti in un successivo periodo. Gli interni dell’edificio sono molto razionali, con elementi decorativi molto semplici che donano agli spigoli volume, senza far sembrare l’ambiente monotono o scarno. La zona presbiterale è racchiusa da un’abside con colonnette in graniglia di marmo, su cui spicca ciò che rimane dell’antico altare Barocco che, come restituiscono alcune fotografie d’epoca è stato realizzato con marmi policromi, intarsiati.

 

L’altare Tardo Barocco;

Fonti storiche, riferiscono che questo altare provenisse dall’antica chiesa Protopapale dell’Annunziata sorta nel XV-XVI secolo nella parte più alta del borgo (di cui oggi rimangono soltanto resti delle mura perimetrali e le tombe-cripta che si trovano al suo interno, di cui oggi non rimangono che pochi elementi lapidei, e qualche foto in bianco e nero). Pare appunto,  che l’altare (fu trasportato in ogni singola sua parte e ricostruito nella nuova chiesa Parrocchiale , anche se fonti orali riferiscono che si tratti di uno dei quattro altari minori dell’antica chiesa poi abbandonata.

Il costo dell’intera opera;

Grazie alla documentazione custodita presso l’Archivio Storico Diocesano di Reggio Calabria sappiamo oggi che l’intera opera costò 26.324,351,000 delle vecchie Lire e come si evince dagli atti presenti in archivio non mancarono certo difficoltà e incidenti durante i cantieri. La prima pietra fu posta nel 1932 ed i lavori terminarono nel 1936, solo nel 1936. fu consacrata ed adibita al culto sotto l’arcivescovado di Mons. Giuseppe Cognata, celebre per aver portato a termine molte opere della diocesi con forza e determinazione di un vero ministro di Dio. Solo qualche anno più tardi (1939) venne aggiunto il campanile, dotato di antiche campane provenienti dalla vecchia ed antica chiesa Protopapale già in rovina, che crollò su un’abitazione vicina provocarono la morte di due persone.

Stando alle testimonianze degli anziani del luogo i due corpi fecero da scudo ad una bambina ancora in tenera età, che venne estratta viva dalle macerie che gli abitanti rimossero quella tragica mattina di ottobre 1944.

Lo scambio dei progetti esecutivi:

Attorno alla chiesa nuova di Brancaleone Superiore vi è nata una sorta di curiosa leggenda. Fonti orali raccontano di uno scambio o inversione di progetti. Pare infatti, che tale edificio dovesse sorgere a Brancaleone marina e viceversa il progetto destinato alla parrocchia di Brancaleone marina fosse destinata a Brancaleone superiore. Alcuni di questi fatti però trovano incongruenze.  

Perchè le due costruzioni non sono coeve, in quanto l’opera di Brancaleone Marina fu costruita nel 1929 e solo tre anni più tardi iniziarono i lavori per la nuova costruzione di Brancaleone Superiore.  Dunque alcune domande sono legittime; la ricostruzione delle chiese di Brancaleone Marina e Brancaleone Superiore furono forse accomunate dallo stesso architetto? I parametri metrici avrebbero consentito di costruire un edificio sul suolo diocesano su cui oggi sorge la chiesa di San Pietro Apostolo? Forse vi fu un dietrofront  dell’architetto o della commissione dei lavori a causa di insufficienza dovuta agli spazi? Non lo sapremo mai, ma a noi piace pensare curiosamente a questa leggenda come avvolta da questo curioso mistero.

In conclusione, possiamo dire che la nuova chiesa dell’Annunziata di Brancaleone Superiore rappresenta l’interpretazione stilistica neoclassica degli anni ’30, che si rifà a quello che per certi versi fu un vero e proprio “rinascimento”  artistico, che nel suo insieme, ha espresso il carattere della monumentalità (voluta e ricercata) a suggello degli antichi fasti della Santa Romana Chiesa.

 Altre opere neoclassiche in Provincia di Reggio Calabria

Altri esempi di architettura neoclassica del periodo  nella provincia di Reggio Calabria, sono meglio rappresentate dalla chiesa di Roccaforte del Greco prima intitolata a San Giovanni Bosco e poi intitolata allo Spirito Santo sempre su progetto di Ernesto Giardina, di cui oggi possiamo ammirare la sua ricca decorazione esterna che richiama perfettamente lo stile della chiesa di Brancaleone Superiore, altra chicca ma più tarda è la Cattolica dei Greci a Reggio Calabria su progetto dell’architetto Antonino Pugliese, altre opere le troviamo sparse per tutto il territorio, molte sono le ispirazioni neoclassiche del periodo anche nella città di Reggio Calabria, come la chiesa degli artisti o San Giorgio intra moenia di Camillo Autore, il Duomo di Reggio Calabria di Padre Carmelo Umberto Angiolini, e poi ancora: Caulonia, Siderno, Locri, Bagnara, Palmi e Scilla (solo per citarne alcune).

Un periodo che se ben contraddistinto da profondi contrasti, nel campo delle arti, dell’ingegneria e dell’architettura,  segnò un profondo cambio di passo nell’estetica.

 

Conclusioni:

Il periodo che va dal 1920 al 1940 fu un vero e proprio “rinascimento” nel campo dell’architettura e nelle arti, che da una parte vede l’affermarsi dello stile futuristico atto a determinare con forza l’immagine di una società evoluta e moderna, dall’altra vuole esaltare la cultura greco-romana che rappresenta l’emblema delle radici storiche e culturali della civiltà Italiana e Romana!  D’altronde quasi tutte le opere sacre di quel periodo, sfoggiano una monumentalità oggi difficilmente imitabile,tratti estetici legati ad un concetto razionale da cui ovviamente attinsero le committenze ecclesiastiche dell’epoca, con l’affermazione di architetti ed ingegneri che contribuirono senz’altro ad applicare nuovi concetti stilistici di grande pregio ed evoluzione.

In Italia, il regime fascista guida un movimento di reazione per un «ritorno all’ ordine» che si riflette sia nell’ accademismo che nel rinnovato “razionalismo Italiano”. L’ideologia fascista infatti, è meno costrittiva di quella tedesca, sostiene all’ inizio alcuni indirizzi, capaci di creare nella gente la coscienza di un nuovo ethos improntato da «uno spirito mediterraneo». 

© Carmine Verduci

 

FONTI:

(1) Marcello Piacentini

Figlio dell’architetto Pio (autore del Palazzo per l’Esposizione internazionale di Belle Arti a Roma) e da Teresa Stefani, fu il massimo esponente dell’architettura Italiana del primo Novecento e della tendenza littoria ed ufficiale nel ventennio fascista. Nel 1918 fu commissario per lo studio dell’assetto delle comunicazioni romane, nella commissione diretta da G. Giovannoni, per la sistemazione del quartiere romano rinascimentale. Fu designato Accademico di San Luca; con l’istituzione della R. Scuola Superiore di Architettura di Roma, nominato docente per l’insegnamento di Edilizia cittadina, e poi membro della “commissione edilizia” del Comune di Roma per la riforma del piano regolatore. Nel 1929, fu nominato da Mussolini “Accademico d’Italia”,  Marcello Piacentini realizzò il Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria tra i primi in Italia, ad essere progettato al fine esclusivo dell’esposizione museale, che lo concepì in chiave moderna, dopo aver visitato i principali musei d’Europa. Aperto parzialmente al pubblico nel 1954 e inaugurato nel 1959, il Museo è stato oggetto,nel corso degli anni, di importanti trasformazioni. Attualmente infatti, l’edifico è  intitolato proprio a Marcello Piacentini, uno dei massimi esponenti dell’architettura del primo Novecento

 

(2) Fonti: Archivio Storico Diocesano di Reggio Calabria

(3) Sebastiano Serlio:

Architetto e teorico dell’architettura (Bologna 1475 – Fontainebleau 1554). Nonostante l’incerta cronologia degli esordi, è indubbia la lunga formazione a Bologna, dove iniziò e condusse, fino al 1510 circa, un’intensa attività di pittore e prospettico. La commissione dei disegni per l’Arca di S.Terenzio (già nel coro della cattedrale) lo portò a Pesaro, dove rimase fino al 1514 circa ed ebbe modo di conoscere anche le architetture di G. Genga. Soggiorni a Roma (1515-22 circa) lo avvicinarono allo studio delle antichità sotto la guida di B. Peruzzi che, d’altronde, era presente a Bologna per progetti della facciata di S. Petronio (1522-23). L’esperienza veneziana (iniziata nel 1528) come “maestro di legname” e “professor d’Architettura”, contribuì inoltre a integrare la sua conoscenza delle ricerche romane di Raffaello, B. Peruzzi, A. da Sangallo il Giovane con quelle dell’architettura antica e contemporanea settentrionale. A Venezia, infatti, grazie anche alle frequentazioni di J. Sansovino, L. Lotto, G. C. Delminio e dei circoli vitruviani locali, diede alle stampe le prime nove canoniche incisioni sugli ordini architettonici, posti in confronto morfologico e proporzionale (1528), che prefigurano sin da allora il progetto di un trattato di architettura in più libri, dati poi alle stampe in varie fasi tra Venezia e la Francia: Quarto libro, 1537; Terzo libro, 1540; Primo e secondo libro, 1545; Quinto libro, 1547. La sua attività di teorico dell’architettura ebbe vasta risonanza in tutta Europa anche in conseguenza del suo trasferimento alla corte di Francesco I in Francia: nominato, nel 1541, pittore e architetto delle costruzioni reali di Fontainebleau, S. avviò anche il completamento della serie annunciata dei sette libri del trattato (Sesto e settimo libro), cui aggiunse infine i libri Extraordinario (sulle porte, edito a Lione nel 1551) e Ottavo. Mentre il Settimo libro uscì postumo nel 1575, il Sesto e l’Ottavo rimasero manoscritti (una loro edizione critica, Architettura civile, Libri sesto, settimo e ottavo nei manoscritti di Monaco e Vienna, è stata realizzata solo nel 1994). L’opera architettonica di S. non è stata finora né identificata né ricostruita con certezza (prob. facciata di Villa Trissino a Cricoli, 1538; portale dell’hôtel du Grand Ferrare a Fontainebleau o castello di Ancy-Le-France, iniziato nel 1546). La sua attività di teorico, pur criticata da P. Cataneo (L’architettura, 1567) e G. P. Lomazzo per aver ridotto a codice schematico la creatività interpretativa e la complessità del linguaggio all’antica tardorinascimentale, fu ampiamente apprezzata da architetti e umanisti francesi, come Ph. Delorme o G. Philander (1505-1563, studioso di Vitruvio), i quali ritrovarono nella ricerca di S. sia la codificazione delle regole, rese chiare e trasmissibili, sia di conseguenza le licenze e le strade per emanciparsi da esse. Da lui deriva quel particolare tipo di trifora detta “serliana” (con aperture laterali trabeate e la centrale ad arco), pubblicato nel suo trattato e diffuso da Sansovino e Palladio.

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