Salendo a Brancaleone Superiore si respira l’area di tristezza  per la  costatazione della  morte   di un paese ancora abitato fino agli inizi degli anni 50 del 900, quando per gli atti inconsulti di alcuni individui che asportavano pietre, mattoni e tegole dall’ antica chiesa abbandonata  dell’Annunziata che incombeva su  case sottostanti,  ci fu il crollo dell’ imponente edificio religioso, in seguito a piogge torrenziali, su  una casa, provocando la morte di due persone  ed  iniziò l’evacuazione definitiva dell’antico borgo che aveva visto momenti felici nel passato.

L’abitato era nato inizialmente dal trasferimento degli abitanti di Ipporum sulla costa  , fondato  nel periodo magnogreco e diventato  poi una statio nel periodo romano; una grande  platea  di pozzolana , sepolta da qualche metro di sabbia, testimonia in contrada San Giorgio, a ridosso della spiaggia la stazione romana dove avveniva lo scambio dei corrieri che trasmettevano messaggi importanti.

Proprio dal sito dell’antica chiesa si ammira un panorama di una bellezza indescrivibile che si articola dal mare  verso le montagne, mentre attorno  dominano le case in rovina.

A pochi passi è evidenziato un sistema di silos utilizzato nel periodo bizantino per contenere cereali  usati per sostenere gli assedi di invasori che  arrivavano dal mare; analoghi  sistemi sono presenti  nella  città georgiana di Vardzia nel Caucaso, abitata nel passato da Armeni.

Infatti i silos di Brancaleone Superiore, secondo l’archeologo onorario  Sebastiano  Stranges di San Luca,  residente a Palizzi , sono frutto della presenza armena nell’area al tempo della civiltà bizantina in Calabria.

Ancora a Stranges si deve l’interpretazione  della vicina Chiesa grotta, dotata di un colonna centrale, ricavata dal tufo, che rappresenta l’albero della vita, mentre sul minuscolo altare è graffito un pavone , simbolo dell’immortalità ,secondo la simbologia persiana,  prostrato di fronte alla croce ;attorno si articola un sistema di grotte frequentato da eremiti basiliani, sempre durante l’età bizantina.

Fino agli inizi degli anni ’50 del ‘900  tra le attività di Brancaleone Superiore era importante quella viticola  costituita da viti antichi ed importanti di cui resta solo una rappresentazione nella vigna marginale di Leone Zampaglione, mentre sulla costa altre viti del territorio erano presenti nella vigna di Gianni Tutino, ora abbandonata.

La prova dell’antichità delle viti del campo di Zampaglione, è costituito dalla presenza di un  antico palmento ingrottato scavato nel tufo, che sarebbe stato preziosissimo in quanto nelle due vasche vi sarebbero  state presenti  ancora i marcatori molecolari che avrebbero addirittura descritto il periodo della vinificazione delle uve nei vari periodi storici.

Sfortunatamente però negli anni ’50 del ‘900 le vasche di vinificazione vennero distrutte a colpi di piccone per essere trasformato in un piccolo ricovero per  qualche animale domestico o in deposito  per gli attrezzi agricoli, per cui si è persa l’occasione  di sottoporre il palmento ad indagine scientifica da parte di Alessandra Pecci che insegna all’ Università di Barcellona  e che ha eseguito  con successo in situazioni analoghi, esperimenti in Spagna.

Le indagini sui marcatori molecolari si possono effettuare solo in palmenti ingrottati in quanto le piogge non   possono  cancellare le caratteristiche dei mosti derivante da diversi tipi d’uve; la ricercatrice ha lavorato su palmenti d’origine cartaginese, romana e medievale.

La famiglia Zampaglione una quarantina di anni addietro ha rinnovato la vecchia vigna che era stata impiantata agli inizi del novecento, ma utilizzando rigorosamente le essenze viticole presenti nel proprio campo , seguendo le tradizioni antiche del territorio che rigorosamente si attenevano alle usanze che indicavano che bisognava perpetuare sempre le viti dei propri antenati.

Come è avvenuto per la vigna di Leone Zampaglione avveniva anche per tutte le altre vigne di Brancaleone fino a pochi decenni addietro, quando la mania per la novità cominciò a farsi strada ed ormai in ogni comunità della Calabria si ricercano non solo vitigni italiani, ma addirittura vitigni internazionali, andando contro la tendenza in atto in altre regioni d’Italia, dove si rivendicano le specificità locali nei vari settori dell’agricoltura.

Nella vigna vicino alla chiesa dell’Annunziata, ricostruita al posto dell’antica, nel periodo del fascismo, sopravvivono svariate varietà di “nerelli” dai grappoli di varie fogge (composti, piramidali, cilindrici ), dalle dimensioni piccole, medie ed enormi, malvasie dalle uve  bianche e nere, viti di  vernaccia, di bagnarota, di mantonico del territorio, alcuni tipi di uve da tavola ecc.

Passeggiando tra le viti, talvolta sistemate in maniera irregolare  vicino a piante di ficodindia, peri, meli, prugni, melograni , ulivi , sorbi, fichi ecc. danno subito all’occhio i grappoli piccoli  della Cardinale di Brancaleone, dagli acini ovali, radi,  di un bel colore amaranto, dal graspo candido e delicato.

In tutta la vigna ci sono circa cinque viti  e tale varietà non  era considerata  da vino, ma valutando dal numero esiguo, era stimata meno dello zibibbo, di cui  sono presenti  svariate decine dagli acini ovali o perfettamente sferici, ma tutte fortemente aromatiche.

Le uve della Cardinale di Brancaleone, non sono aromatiche, ma già soddisfano con il loro colore brillante, mentre  i loro acini sono sodi, quasi croccanti.

Di Orlando Sculli

 

 

 

 

 

 

 

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