ll 15 maggio del 1935 lo scrittore Cesare Pavese, in seguito ad altri arresti di intellettuali aderenti a “Giustizia e Libertà“, venne sospettato di frequentare il gruppo di intellettuali a contatto con Leone Ginzburg, e venne trovata, tra le sue carte, una lettera di Altiero Spinelli detenuto per motivi politici nel carcere romano.

Accusato di antifascismo, Cesare Pavese venne arrestato e incarcerato dapprima alle Nuove di Torino, poi a Regina Coeli a Roma e, in seguito al processo, venne condannato a tre anni di confino a Brancaleone Calabro .

Cesare Pavese resta a Brancaleone dal 4 agosto 1935 al 15 marzo del 1936. Poco più di otto mesi. Ancora intatta la casa dove visse Pavese, questa abitazione conserva ancora il letto, la scrivania, la lampada a carburo, l’umidità sui pavimenti e la solitudine dello scrittore.

La casa è stata acquistata da un privato solamente di recente, ma grazie alla disponibilità del proprietario dell’Immobile Avv. Tonino Tringali è possibile visitare (previa prenotazione alla Pro-Loco) la piccola stanzetta dove dimorò lo scrittore, la casa viene scavalcata dai binari che si stendono di fronte al mare. Ancora oggi è possibile vedere la sede dello storico “Bar Roma”, dove Cesare Pavese andava a leggere il giornale e lo scoglio dove lo scrittore amava fare delle belle e riflessive nuotate contemplando l’immensità del mare.

Le cose sono ancora vive e conservano la sua presenza; la finestra, la scatola dei libri che gli venivano inviati dalla sorella, la lampada, la lanterna arrugginita. Tutto rivive ed è illuminato dagli aneddoti raccontati dagli abitanti di Brancaleone. Dicono che Pavese pagasse dei bambini affinché schiacciassero gli scarafaggi in casa. Riportano la testimonianza dell’ultimo che lo conobbe in paese: un signore da poco deceduto, che ricevette ripetizioni di latino dallo scrittore. Questo piccolo allievo era stupito che il suo insegnante fosse l’uomo giunto in manette in paese.

Per capire l’importanza che ha questo luogo per la cultura italiana, basti pensare che proprio su questa scrivania, Cesare Pavese iniziò a scrivere “Il mestiere di vivere” (diario che va dal 1935 al 1950). Il diario raccoglie le riflessioni dell’autore fino a pochi giorni prima della sua risoluzione al suicidio.

Da Brancaleone Pavese invia settantotto lettere, indirizzate prevalentemente alla sorella Maria. Si tratta di confessioni in cui lo scrittore manifesta preoccupazione, solitudine, intereressi e in cui racconta in maniera sobria e ironica, intensa e sincera, la sua permanenza a Brancaleone. Queste lettere aiutano anche a capire la maniera particolare di Pavese di guardare una realtà da cui si sente estraneo. Le lettere, il diario, le poesie, i lavori di Pavese risultano allora fondamentali per guardare in maniera diversa la Calabria, come un luogo, lontano dalle retoriche dello sguardo da vicino e dallo sguardo da lontano, dai miti esterni e dalle mitologie interne.

In data 9 agosto 1935 a pochi giorni dall’arrivo così scrive alla sorella.
Qui ho trovato una grande accoglienza. Brave persone, abituate a peggio, cercano di tenermi buono e caro. […].
Qui, sono l’unico confinato. Che qui siano sporchi è una leggenda. Sono cotti dal sole. Le donne si pettinano in strada, ma viceversa tutti fanno il bagno. Ci sono molti maiali, e le anfore si portano in bilico sulla testa. Imparerò anch’io e un giorno mi guadagnerò la vita nei varietà di Torino.

Pavese rivela nelle sue lettere anche un certo interesse per la letteratura orale, la cultura materiale, l’espressività popolare.

Il 19 novembre 1935 scrive alla sorella Maria:
Cara Maria, passo il tempo imparando bei proverbi popolari. Esempio:
Corna di mamma, Corna di canna, Corna di soro, Corna d’oro, Corna di mugliere, Corna vere.

In data 27 dicembre scrive alla sorella Maria:
La gente di questi paesi è di un tatto e di una cortesia che hanno una sola spiegazione: qui una volta la civiltà era greca. Persino le donne che, a vedermi disteso in un campo come un morto, dicono «Este u’ confinatu», lo fanno con una tale cadenza ellenica che io mi immagino di essere Ibico e sono bell’è contento.

Pavese approfondisce a Brancaleone , una testimonianza raccolta da Gianni Carteri rivela come Pavese parlasse con le persone del luogo dell’etimologia di molti termini adoperati. Pavese si mostra attento alla vita delle persone e alla cultura popolare:

La grande attrattiva del paese sono i pesci, che a me non piacciono, e così mangio pietanza non più che un giorno o due alla settimana, quando ammazzano la vitella.
Ho quindi comperato una bella corda, l’ho adattata a nodo scorsoio, e tutte le mattine la insapono per tenerla pronta.
Mi servirà a guadagnarmi un po’ di carne, quando i vicini mi chiameranno a prender parte all’impiccagione del maiale, che sta ora ingrassando in rigorosa castità

L’esperienza in Calabria si riversa in molte delle sue opere e soprattutto, nel suo primo romanzo: “Il carcere” Brancaleone è la meta necessaria, il termine di mezzo utile per la mitizzazione del luogo sacro,quello natio delle Langhe. Anche rispetto ad altri ‘luoghi naturali’, alla geografia, al clima Pavese rivela distanza, scarso entusiasmo, come se attuasse una sorta di distacco consapevole che non apparterranno mai alla sua materia da cui raccontare.

Le sue annotazioni infatti sono spesso lapidarie:
Io non sto in albergo, ma in una cameretta mobiliata piena di scarafaggi e che quando piove (l’inverno sarà tutto pioggia) si allaga come una barca. Inoltre, Capo Spartivento, spartisce davvero il vento e stanotte è il finimondo.
Del mare ho fatto la mia sputacchiera. Lo costeggio e mi ci spurgo, provocandolo a drizzare le corna e inabissare tutto il continente. Ma lui, carogna, mi lecca i piedi.
Il mare, già così antipatico d’estate, d’inverno è poi innominabile: alla riva, tutto giallo di sabbia smosso; al largo, un verde tenerello che fa rabbia. E pensare che è quello d’Ulisse: figurasi gli altri

Poco sopra aveva scritto:
Ora è cominciato l’inverno sotto forma di piogge, venti torrenziali e umidità notturne, che per la mia asma sono tanto pepe. Questo è brutto, perché, essendo qui il sonno l’unico passatempo non esasperante, sentirselo troncare tutte le notti moltiplica per la durata dell’esilio. Io faccio poesie senza gusto e senz’appetito, e m’accorgo che il mestiere di poeta non serve nemmeno a ammazzare il tempo, perché l’interesse al lavoro viene rarissimo, e troppe sono le ore che è necessario stare tetramente concentrati su un’idea che non c’è. Era già brutto a Torino questo, pensiamo qui.

E ancora il clima che attenua il mito di una terra tutto sole e mare:
Qui un po’ fa caldo e un po’ fa umido e, fin che non abbia imparato il ritmo, ci soffrirò. Non ho ancora infilato una volta il paletot. Solo, di notte, lo stendo sul letto

Dieci anni dopo il confino a Brancaleone, in una lettera all’amico Oreste Politi, scrive:
Io continuo a dover rimandare la gita che da dieci anni voglio fare laggiù. Sembra quasi che come nel 1936 ero confinato là, adesso sia confinato qui.

Oggi la Dimora del Confino di Cesare Pavese è divenuta un polo culturale per tutta la Città Metropolitana di Reggio Calabria, visitata da numerosi turisti ed appassionati di letteratura, dove si tengono regolarmente reading letterari, mostre, dibattiti, convegni, workshop e quant’ altro.

Di recente una giovane studentessa di nome Chiara Brugi Laureatasi presso L’università di Ca’ Foscari di Venezia, ha presentato e sta lavorando in stretta sinergia con la Pro-Loco di Brancaleone la sua tesi per l’istituzione del ® Parco letterario Cesare Pavese. L’argomento della tesi è incentrato sui Parchi Letterari, sulla valorizzazione e sulla tutela del territorio tramite la letteratura, rendendolo così il protagonista; inoltre è stato analizzato e descritto il ®Parco Letterario Carlo Levi di Aliano; nella terza parte viene esaminato l’autore Cesare Pavese e il suo periodo di confino, scontato presso Brancaleone Calabro, ipotizzando la realizzazione di un possibile Parco Letterario.

INFO VISITE: 347-0844564

Commenti

commenti